Il rapporto Draghi del 2024 ha identificato l’eccesso di regolamentazione come una minaccia per il futuro dell’UE. In questo contesto si inserisce la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), la cui entrata in vigore è prevista per il 2027, anche se potrebbe subire ritardi. La CSDDD obbliga le imprese europee e quelle con elevato fatturato in UE a garantire il rispetto di norme ambientali e diritti umani, non solo da parte loro ma anche di fornitori e partner. Le imprese dovranno svolgere una due diligence su tutta la filiera: identificare rischi, intervenire, istituire meccanismi di reclamo e monitorare continuamente. Le sanzioni possono arrivare fino al 5% del fatturato. Il successivo pacchetto Omnibus ha attenuato alcuni obblighi, limitando la responsabilità ai partner diretti e richiedendo solo la presentazione (non il rispetto) di un piano ecologico, aumentando la trasparenza ma riducendo l’impatto operativo.
Uno studio presentato a Londra ha discusso le implicazioni globali della direttiva, in particolare sugli Stati Uniti. Tre possibili obiettivi emergono: l’UE vuole essere faro morale, intende redistribuire ricchezza Nord-Sud, oppure mira a uniformare le regole globali. Tuttavia, questi obiettivi sono spesso in contraddizione e rischiano di penalizzare l’economia europea. Il cosiddetto “Brussels effect”, ovvero la capacità dell’UE di esportare le proprie regole grazie alla sua influenza economica, è in declino. Il peso dell’UE sul PIL globale è passato dal 15,56% nel 2018 al 13,69% previsto per il 2027. Di conseguenza, molte imprese potrebbero evitare di investire in Europa per non affrontare i costi della conformità. I tentativi di redistribuzione tramite regolamenti simili hanno già mostrato effetti collaterali negativi, come la diminuzione delle importazioni dal Bangladesh o il danno alle PMI indiane. Applicando rigorosamente la CSDDD, bisognerebbe interrompere i rapporti con la Cina, cosa irrealistica a causa del mancato rispetto di molte convenzioni sui diritti.
In conclusione, la direttiva rischia di favorire l’industria legale e aprire contenziosi globali a danno delle imprese europee. È quindi il momento di rivedere profondamente questo impianto normativo, come suggerito dallo stesso Mario Draghi.
