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La CSRD, direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità, è al centro di una revisione profonda con l’obiettivo di ridurre obblighi e costi per le imprese. L’unica certezza al momento è il rinvio di due anni: al 2028 per le grandi imprese e al 2029 per le PMI quotate.

Il confronto tra le istituzioni Ue ha già portato a una proposta di soglie più alte: 450 milioni di euro di fatturato e fino a 3.000 dipendenti, rendendo l’ambito di applicazione molto più ristretto. Il Parlamento europeo voterà a ottobre, prima di avviare il trilogo con Consiglio ed Esecutivo. Tra le modifiche in discussione c’è anche la volontarietà dei piani di transizione climatica, che non sarebbero più obbligatori. Intanto l’Efrag ha pubblicato una bozza di revisione degli standard Esrs con sei direttrici di semplificazione, puntando a ridurre del 50% i dati obbligatori e a rendere la rendicontazione meno prescrittiva e più pragmatica.

La sostenibilità, però, resta centrale. Gli esperti invitano a vederla non come un onere formale, ma come una leva strategica per il posizionamento dell’impresa. Serve ora più flessibilità, ma anche incentivi e strumenti che accompagnino le aziende nella transizione, senza distorsioni del mercato. Restano timori su una possibile riduzione della trasparenza nei mercati, mentre la revisione della CSRD si intreccia con altri dossier, come la direttiva sulla due diligence (CSDDD) e lo standard volontario Vsme per le imprese escluse dagli obblighi.