La direttiva europea 2023/970 rappresenta un passo avanti nel promuovere trasparenza salariale e contrastare il gender pay gap, ma non è sufficiente a risolvere il problema alla radice. In Italia, i contratti collettivi nazionali non prevedono disparità retributive di genere: a parità di ruolo e livello, uomini e donne percepiscono la stessa retribuzione oraria lorda. Tuttavia, il divario persiste, non per motivi normativi, ma per fattori sociali e organizzativi. Il vero nodo è che le donne lavorano meno ore degli uomini, spesso non per scelta ma per necessità, a causa di un sistema di welfare carente. Il part-time involontario è molto più diffuso tra le donne, che sono spesso costrette a supplire alle carenze nei servizi per l’infanzia, per le persone anziane e persone con disabilità. In questo contesto, la donna continua a essere l’ammortizzatore sociale informale del Paese.
La direttiva UE, pur utile per rilevare e correggere discriminazioni retributive occulte, non può affrontare le cause strutturali della disuguaglianza, che risiedono nella scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, nella frammentazione delle carriere, e nella difficoltà di conciliare lavoro e vita privata. Per colmare davvero il GPG serve un investimento strategico e strutturale sul lavoro femminile. Bisogna rafforzare i servizi di cura, migliorare l’accessibilità agli asili nido, sostenere il reinserimento lavorativo dopo la maternità, incentivare l’occupazione stabile e promuovere politiche di conciliazione e valorizzazione del merito. La vera sfida non è solo normativa, ma culturale e organizzativa. Senza un cambio di approccio e una sinergia concreta tra istituzioni, imprese e territorio, la trasparenza rischia di restare una misura sterile e simbolica, lontana dalla reale equità.
