Nel 2024, i fondi pubblici per la lotta alla violenza contro le donne sono aumentati significativamente, arrivando a 80,2 milioni di euro, con l’aggiunta di 32 milioni per il “reddito di libertà” (un assegno mensile da 500 euro per le donne seguite dai centri) e 3 milioni all’anno per la formazione delle vittime. Sono previsti anche 12 milioni di sgravi contributivi per chi assume donne uscite da situazioni di violenza, ma i numeri restano limitati: nel 2025, ad esempio, sono stati registrati solo 88 contratti di lavoro agevolato. Inoltre, la riforma dei requisiti minimi per i centri antiviolenza e le case rifugio (Intesa Stato-Regioni del 14 settembre 2022), che entrerà in vigore dal 14 settembre 2025, rischia di escludere molte strutture dai finanziamenti pubblici. La nuova Intesa, infatti, impone che i centri abbiano da almeno cinque anni, nello statuto, finalità prevalenti di contrasto alla violenza di genere. Diversamente dalla precedente Intesa del 2014, non basta più l’esperienza quinquennale: ora serve anche l’anzianità statutaria. Molti centri con esperienza consolidata, ma con statuti aggiornati solo di recente, rischiano quindi di non essere ammessi ai fondi. In Italia, i centri antiviolenza sono oggi 435, ma secondo la Convenzione di Istanbul ne servirebbero almeno 624, per una copertura adeguata del territorio. Le donne che ogni anno si rivolgono a queste strutture sono oltre 61.000, ma in molti casi i finanziamenti sono insufficienti e instabili. Il Governo ha temporaneamente sospeso l’entrata in vigore della riforma per cercare un compromesso che eviti la chiusura dei centri esistenti.
Sul piano della prevenzione, è stato approvato dal Senato il reato autonomo di femminicidio, ma molti esperti sottolineano come questa misura agisca solo dopo che la violenza si è già compiuta. Serve, piuttosto, una strategia culturale di lungo periodo, con programmi scolastici specifici e una maggiore formazione per operatori sanitari, forze dell’ordine e magistrati. Il vero ostacolo resta culturale, come evidenzia Silvia Terrana della Polizia Locale di Milano: la radice patriarcale della violenza è ancora profonda nella società. Secondo Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, i centri antiviolenza devono essere il primo punto di riferimento per le donne vittime. I centri offrono infatti riservatezza, competenza, un approccio non giudicante e non hanno obbligo di denuncia, il che permette di costruire con la donna un percorso condiviso e sicuro.
In sintesi, l’Italia ha fatto progressi ma il sistema resta fragile.
