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Negli ultimi anni la presenza femminile nei luoghi decisionali è aumentata, ma l’analisi dei dati restituisce un quadro più complesso, fatto di avanzamenti parziali e persistenti squilibri. L’Italia appare oggi come un Paese in cui le donne sono più visibili nei ruoli apicali, ma ancora poco presenti nelle posizioni di effettivo potere decisionale. Un primo elemento riguarda i CdA delle società quotate: le quote di genere introdotte con la Legge Golfo-Mosca hanno aumentato la presenza femminile, anche se nei ruoli esecutivi la quota resta limitata, con solo il 7% di CEO donne. Uno scarto analogo emerge osservando la rappresentanza politica. In Italia, le donne costituiscono circa un terzo del Parlamento, mentre nella composizione del Governo risultano 7 ministre su 24: una distribuzione che colloca il Paese in linea con la media europea, ma che non segnala un avanzamento strutturale verso un equilibrio di genere nei luoghi di potere politico. Ancora più marcato è il divario nei ruoli executive. In Italia, solo il 18% delle posizioni esecutive è ricoperto da donne, una quota inferiore rispetto a quella di altri Paesi europei comparabili. In Francia, ad esempio, la percentuale sale al 32%, in Belgio al 25% e in Germania al 23%. La presenza delle donne cresce nei ruoli di governance, mentre resta più limitata nelle posizioni in cui si esercita il potere decisionale effettivo. Questo scarto indica che l’aumento della rappresentanza non modifica automaticamente l’accesso al potere decisionale: le donne arrivano ai vertici, ma più difficilmente decidono dai vertici, con implicazioni per la qualità dei processi decisionali e la sostenibilità delle organizzazioni; da qui l’attenzione crescente su modelli organizzativi, percorsi di carriera e criteri di selezione, oltre la sola rappresentanza numerica.