In occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita l’11 febbraio dall’ONU, i dati più recenti consentono di delineare il posizionamento dell’Italia nei percorsi formativi e professionali in ambito STEM e Life Sciences. Secondo Eurostat, l’Italia è nella top 10 dell’UE per quota di donne sul totale dei laureati in discipline STEM e Life Sciences: la percentuale raggiunge il 40%, superando Francia (35%), Germania (29%), Spagna (28%) e la media europea (34,6%). Non solo: il nostro Paese è anche il terzo nell’UE per numero complessivo di laureati in questi ambiti, posizionandosi tra i leader europei sia per dimensione del bacino formativo sia per presenza femminile. Eppure, questo patrimonio di competenze non si traduce pienamente in occupazione qualificata e innovazione industriale. È il cosiddetto mismatch tra formazione e mercato del lavoro, che nel comparto Life Sciences genera un costo stimato di 1,8 miliardi di euro. L’88% delle imprese farmaceutiche dichiara difficoltà nel reperire competenze tecniche, soft skills e profili manageriali adeguati. Un disallineamento che evidenzia la necessità di rafforzare il dialogo tra imprese e sistema formativo, per sviluppare competenze in linea con l’evoluzione tecnologica e organizzativa. Negli ultimi vent’anni i laureati STEM in Italia sono cresciuti del 57%, segno di una trasformazione significativa. Tuttavia, l’innovazione corre più veloce: nuovi modelli produttivi, digitalizzazione e tecnologie emergenti richiedono aggiornamento continuo e strategie integrate tra scuola, università e imprese. Resta inoltre il nodo della sottorappresentazione femminile nella ricerca scientifica: nel 2022 solo il 31% dei ricercatori era donna. Nei settori più avanzati il divario è ancora più marcato: nelle tecnologie quantistiche le candidature femminili sono inferiori al 2%, mentre nell’IA le professioniste rappresentano circa il 22%. Il dato è chiaro: l’Italia forma talento femminile scientifico in misura significativa, ma la sfida è valorizzarlo pienamente lungo tutta la filiera dell’innovazione. Ridurre il mismatch e favorire la crescita delle donne nei settori ad alta tecnologia non è solo una questione di equità, ma una leva strategica per la competitività del sistema Paese.
