Negli ultimi due anni le imprese gestite al femminile sono aumentate del 12,4%, raggiungendo la quota di 1.050.000 pari al 19,2% del totale delle imprese. Questi i dati che emergono dal Report di CRIBIS dedicato all’imprenditoria femminile in Italia. Affinché una società sia definita “imprese al femminile” è necessario che sia adempiuto almeno uno dei seguenti criteri: l’organo amministrativo deve essere costituito da donne (>50%); la maggior parte del capitale deve essere detenuto da donne; la maggioranza degli esponenti risulta essere donna; il titolare è una donna. Stando al Report, il 95,8% delle aziende a gestione femminile sono microimprese che operano per la maggior parte in ambienti legati ai servizi sociali (52,5% sul totale delle imprese), industrie tessili (39.6%) e nel commercio al dettaglio di abbigliamento (39,1%). Dal Report emerge che le imprese femminili hanno una sensibilità maggiore verso il capitale umano: il 28% introduce politiche di work-life balance – a fronte del 22% per le imprese non femminili – raggiungendo quota 40% quando la gestione della società spetta ad una donna laureata. Anche se sono stati registrati alcuni lievi incrementi in merito al livello di internazionalizzazione delle imprese femminili, quest’ultimo rimane basso, evidenziando come solamente lo 0,9% delle società riesce a raggiungere un alto livello internazionale. Nella prospettiva nazionale, la Regione con più imprese femminili risulta essere il Lazio (20,5%). Analizzando invece le Province, primeggia Prato, seguita da Frosinone e La Spezia. Un dato critico riguarda il divario produttivo, stimato intorno al 60% rispetto alle imprese non femminili nonché lo scarso livello di digitalizzazione dell’attività, anche se lievemente in crescita.
