La parità di genere (Goal 5) è al centro delle strategie europee e dell’Agenda 2030, riconosciuta come leva chiave per sviluppo economico, coesione sociale e qualità delle istituzioni. Tuttavia, i dati continuano a mostrare una distanza significativa tra obiettivi e realtà: i progressi sono lenti e persistono disuguaglianze nella partecipazione al lavoro, nelle retribuzioni, nell’accesso ai ruoli decisionali e nella distribuzione dei carichi di cura, oltre a livelli ancora elevati di violenza di genere. È proprio questo scarto tra ambizione strategica e risultati concreti che rende necessario un cambio di approccio: non basta definire obiettivi, serve dotarsi di strumenti operativi capaci di integrarli nei processi decisionali. In questo contesto si inserisce la UNI/PdR 180:2026 sulla Valutazione di Impatto di Genere (VIGE), che rappresenta uno dei tentativi più strutturati, nel contesto italiano, di tradurre il principio di parità in pratica amministrativa. La prassi introduce un approccio sistematico che consente alle Pubbliche Amministrazioni di valutare, sia ex ante sia ex post, gli effetti di politiche, programmi e investimenti su donne e uomini, superando una visione meramente dichiarativa della parità. L’elemento distintivo della 180 è proprio la sua capacità di collegare diversi strumenti – gender mainstreaming, gender budgeting, classificazione della spesa, indicatori e monitoraggio dei risultati – all’interno di un unico quadro metodologico. In questo modo, la prospettiva di genere entra nei luoghi chiave delle decisioni pubbliche: dalla programmazione delle risorse alla definizione dei bandi, fino alla valutazione degli impatti. Se applicata in modo sostanziale e non ridotta a un adempimento formale, la prassi può contribuire a colmare il divario tra strategia e realtà, rendendo la parità un criterio concreto e verificabile dell’azione pubblica.
