Il 28 aprile 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto-legge che introduce un pacchetto di misure da 934 milioni di euro con l’obiettivo di rafforzare l’occupazione stabile, contrastare lo sfruttamento lavorativo e sostenere la qualità del lavoro. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 aprile 2026, tra gli interventi principali, il decreto prevede nuovi incentivi all’assunzione rivolti a donne svantaggiate, giovani under 35 e lavoratori disoccupati di lunga durata, con esoneri contributivi fino al 100% per un periodo di 24 mesi e maggiorazioni per le aree del Mezzogiorno (ZES unica). Sul fronte della qualità del lavoro, viene introdotto il principio del “salario giusto”, che – in alternativa a un salario minimo legale – rafforza il ruolo della contrattazione collettiva, anche attraverso la condizionalità degli incentivi pubblici, assumendo i CCNL maggiormente rappresentativi come riferimento per garantire livelli retributivi adeguati e contrastare fenomeni di dumping salariale. In sostanza, i contratti non firmati dalle organizzazioni più rappresentative non potranno prevedere stipendi inferiori a quelli del contratto principale del settore e nei casi in cui non vi è contrattazione collettiva, la retribuzione dovrà allinearsi al CCNL più vicino per attività e caratteristiche dell’impresa. Il decreto interviene inoltre sul rinnovo dei contratti collettivi, prevedendo un meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni in caso di ritardi. Un ulteriore ambito riguarda la regolazione del lavoro digitale: vengono rafforzate le tutele contro lo sfruttamento nelle piattaforme, introducendo obblighi di identificazione dei lavoratori e maggiore trasparenza sugli algoritmi che regolano l’assegnazione delle attività e dei compensi. Particolarmente rilevante è l’estensione degli incentivi alle imprese impegnate sui temi della conciliazione vita-lavoro: il decreto introduce infatti un esonero contributivo anche per le aziende in possesso della nuova UNI/PdR 192:2026. Come per la UNI/PdR 125:2022, lo sgravio consiste in una riduzione dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino all’1%, nel limite massimo di 50.000 euro annui per azienda. Quest’ultima misura rappresenta un segnale significativo: accanto alla parità di genere, entra esplicitamente nel sistema degli incentivi anche il tema della genitorialità e della conciliazione, rafforzando il legame tra politiche del lavoro, sostenibilità sociale e strumenti certificati.
