La Relazione sul Bilancio di genere dello Stato riferita all’esercizio finanziario 2024, recentemente trasmessa al Parlamento, offre una fotografia aggiornata delle disuguaglianze di genere in Italia e di come le politiche pubbliche provino – almeno in parte – a contrastarle attraverso l’impiego delle risorse pubbliche. Il documento conferma alcuni segnali di miglioramento: l’Italia è il Paese europeo che dal 2010 al 2025 ha registrato i maggiori progressi nel Gender Equality Index dell’EIGE, guadagnando 13 posizioni in classifica. Persistono tuttavia criticità strutturali nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione femminile si attesta al 53,3%, circa 13 punti sotto la media UE, il fenomeno della motherhood penalty continua a penalizzare la permanenza e la crescita professionale delle donne dopo la maternità e il divario pensionistico di genere del 28,6% evidenzia come le disuguaglianze lavorative si riflettano in effetti economici nel lungo periodo. Ma l’aspetto più interessante della Relazione riguarda il funzionamento del gender budgeting, lo strumento con cui lo Stato valuta l’impatto della spesa pubblica su donne e uomini, classificandola in quattro categorie: spese dirette a ridurre le disuguaglianze di genere, spese sensibili al genere, spese da approfondire e spese neutrali. Nel 2024, le spese dirette ammontano a circa 5 miliardi di euro, pari ad appena lo 0,47% della spesa complessiva analizzata. La quota più rilevante riguarda gli interventi gestiti dall’INPS per maternità, paternità e assistenza familiare, cui si aggiungono esoneri contributivi per lavoratrici madri e donne vittime di violenza, investimenti in asili nido e misure di conciliazione vita-lavoro. Lo stanziamento è previsto in crescita nel 2025 e nel 2026 fino a 6,41 miliardi, attribuibile all’introduzione del bonus mamme. Lo strumento classifica poi le spese sensibili al genere in circa 176 miliardi di euro (16,5% del totale), comprendenti interventi che, pur non essendo progettati specificamente per la parità, producono effetti differenti su donne e uomini, ad esempio in materia di occupazione, fiscalità o sostegno al reddito. Ammontano, invece, a 98 miliardi le spese da approfondire (9,2%), relative a interventi come sicurezza urbana, rigenerazione delle città o agevolazioni fiscali potenzialmente rilevanti in ottica di genere. Resta prevalente infine la quota di spese considerate neutrali (73,8%), a conferma di quanto la prospettiva di genere nella programmazione pubblica sia ancora un percorso in evoluzione. Infine, il documento richiama il percorso di recepimento della Direttiva UE sulla trasparenza salariale, destinata a rafforzare gli obblighi di trasparenza retributiva e di monitoraggio del gender pay gap, confermando come il tema dell’equità salariale sia destinato a diventare sempre più centrale anche per le organizzazioni.
