Recenti ricerche mostrano come l’utilizzo del congedo di paternità oltre a favorire una maggiore condivisione delle responsabilità di cura, produca effetti che proseguono nel tempo. In Islanda, l’introduzione di una quota di congedo riservata ai padri ha aumentato sensibilmente la partecipazione paterna e ridotto di circa 9 p.p. le separazioni a quindici anni dalla nascita. Negli Stati Uniti, uno studio longitudinale ha rilevato un rischio di rottura della coppia inferiore del 29% quando il padre utilizzava una settimana di congedo e del 25% quando ne utilizzava due. I risultati suggeriscono che la condivisione precoce della cura possa limitare l’accumulo di asimmetrie nei carichi familiari. Gli effetti possono riguardare anche figli e figlie. Una ricerca condotta in Norvegia ha associato l’introduzione della quota paterna a migliori risultati scolastici, soprattutto nelle famiglie in cui il padre possedeva un livello di istruzione superiore. Più in generale, la letteratura rileva una relazione tra congedo, maggiore coinvolgimento paterno e sviluppo cognitivo, pur con risultati non uniformi in tutti gli studi. In Italia, tuttavia, l’accesso resta disomogeneo: nel 2024 ha utilizzato il congedo di paternità obbligatorio poco meno del 65% dei potenziali beneficiari e soltanto un padre su quattro ne ha fruito per tutti i dieci giorni. I dati territoriali disponibili mostrano inoltre un utilizzo del 76% al Nord, del 67% al Centro e del 44% nel Sud e nelle Isole. Anche il congedo parentale continua a essere prevalentemente femminile: nel 2024 i padri hanno utilizzato appena 15 giornate ogni 100, contro le 85 delle madri. Promuovere il congedo dei padri significa quindi non soltanto riconoscere un diritto individuale, ma favorire relazioni familiari più equilibrate e contrastare alla radice le disuguaglianze di genere nel lavoro.
